Alimentazione: consumare pesce è più dannoso che in passato? Parliamo di alternative vegetali

Uno studio condotto recentemente presso l'Università di Washington dimostra che consumare pesce oggi è meno sicuro rispetto a 40 anni fa: quali sono i potenziali rischi e, soprattutto, quali sono le alternative ai prodotti ittici che il mercato offre ai consumatori?

Consumare pesce oggi può essere più pericoloso per la salute rispetto a 40 anni fa: a rivelarlo è uno studio recente pubblicato sul settimanale di divulgazione scientifica New Scientist, secondo il quale i pesci oggi sono infettati con 283 volte più parassiti rispetto agli anni ’80. La ricerca è stata condotta presso l’Università di Washington, a Seattle, da un gruppo di studiosi che hanno analizzato la presenza del parassita Anisakis in 56778 pesci appartenenti a 215 specie diverse, negli anni tra il 1978 e il 2015. I risultati parlano chiaro: in circa 40 anni, la presenza di questa tipologia di parassiti è aumentata di 283 volte.

Parliamo di parassiti che iniziano il proprio ciclo vitale nell’intestino dei mammiferi marini; poi, passando attraverso le loro feci, infettano pesci, piccoli crostacei o krill nella fase larvale, finendo di conseguenza anche nel pesce destinato al consumo umano. In particolare, secondo lo studio, gli esseri umani possono contrarre questi parassiti consumando pesce infetto crudo, affumicato o congelato in modo improprio. La dottoressa Chelsea Wood, che ha guidato la ricerca, dichiara che “anche se non è ancora chiaro il motivo dell’aumento di questi parassiti, potrebbe essere collegato all’accrescimento del numero di mammiferi marini dagli anni ’70 in poi. Anche il riscaldamento dei mari potrebbe aver portato all’aumento del tasso di riproduzione degli Anisakis“.

Pesce vegano: la rivoluzione del futuro?

Così come accade per la carne, che trova un mercato globale di sostituti a base vegetale sempre più ampio e diffuso, anche il “pesce plant-based” potrebbe presto diventare un’alternativa diffusa in grado di ridurre in maniera considerevole  problemi legati al consumo di pesce. Tra le aziende impegnate in questo cambiamento di produzione c’è anche Impossible Foods, che ha da poco annunciato l’intenzione di sostituire entro il 2035 con i propri prodotti 100% vegetali tutti gli alimenti di origine animale.

Famosa per il suo Impossible Burger, alternativa vegetale alla carne di manzo, l’azienda californiana sta puntando anche alla creazione del sapore del pesce usando il famoso ingrediente eme, che contribuisce a dare sapore alla carne agli Impossible Burger, in quello che verosimilmente sarà l’Impossible Fish. Il team di ricerca e sviluppo ha creato un brodo a base vegetale che richiama il sapore delle acciughe e che potrebbe essere la base per molte preparazioni.

Quello dei prodotti ittici a base vegetale è un trend in evoluzione, e un po’ come il “bacon vegano” potrebbe diventare la tendenza alimentare del prossimo futuro. Sono numerose, infatti, le aziende più o meno grandi che si stanno cimentando nella realizzazione di prodotti alternativi al pesce, puntando non solo e non tanto su consumatori vegetariani e vegani “nostalgici” quanto sui consumatori onnivori e flexitariani, che potrebbero trovare in questi prodotti un valido mezzo per ridurre considerevolmente il proprio consumo di pesce e, di conseguenza, l’impatto sulla propria salute e sull’ambiente.

Michael Selden e Brian Wyrwas, i fondatori di Finless Foods, con il loro tonno rosso coltivato in laboratorio.

Ma non è tutto, perché la rivoluzione delle alternative ai prodotti ittici non si ferma ai prodotti plant-based che ne riproducono sapore e consistenza: come riportato anche da Forbes poco tempo fa e come accade già da tempo per la cosiddetta “carne pulita”, ci sono aziende che puntano a riprodurre il pesce – e in particolare il tonno – in laboratorio, con l’obiettivo di creare un prodotto più sostenibile ed economico rispetto al prodotto di origine animale.

In questo non si tratta di una “imitazione” a base vegetale, ma di vere e proprie cellule animali coltivate in vitro per ottenere carne o pesce reali, senza però l’uccisione di animali. Tra le aziende che puntano a questo mercato troviamo la start up Finless Foods, il cui obiettivo in particolare è fornire ai consumatori un’alternativa più sana e più economica rispetto al tonno rosso. Anche se dal nostro punto di vista quello della carne e del pesce in vitro sono uno step intermedio e non il proposito finale, va da sé che si tratti di innovazioni di importanza eccezionale per raggiungere l’obiettivo di un’alimentazione 100% vegetale diffusa globalmente.

Pesce e zoonosi: uno sguardo d’insieme

Il consumo di pesce da parte dell’uomo è potenzialmente la causa di una molteplicità di patologie in grado di essere trasmesse dagli animali alla specie umana. La tipologia di patogeni che possono essere trasmessi dagli animali all’uomo include batteri, parassiti e virus. Anche se le zoonosi si possono trasmettere in molti modi differenti – che vanno dal morso di un animale alla puntura di un insetto – vogliamo concentrarci sulle patologie trasmissibili attraverso l’alimentazione, ovvero tramite il consumo di carne di animali infetti o derivati animali contaminati.

Tra le malattie contraibili consumando pesce crudo o non conservato correttamente ci sono le parassitosi, ovvero infestazioni trasmesse da parassiti. Tra queste, le più comuni sono:

  • anisakiasi: causata dal parassita Anisakis, oggetto dello studio di cui sopra, può causare problemi gastrici o intestinali, dove si annidano le larve.
  • difillobotriasi: causata dal parassita Diphyllobothrium latum, è detta anche “tenia del pesce crudo”; anche qui, i sintomi riguardano l’apparato gastrointestinale, anche se l’infezione in rari casi può provocare anche una grave carenza di Vitamina B12.
  • opistorchiasi: causata dai parassiti Opistorchis felineus e Opistorchis viverrini, è una patologia che nell’uomo interessa le vie biliari con sintomi vari e di varia entità.

Ci sono poi le patologie non trasmesse da parassiti ma sempre derivanti dal consumo di pesce, come per esempio la sindrome sgombroide: in questo caso siamo di fronte a un’intossicazione alimentare che causa prurito, mal di testa e nausea e dovuta all’ingestione di una sostanza che chiama istamina. Si trova nei pesci come risultato della decomposizione dell’istidina, un aminoacido presente in pesci come tonno, sgombro, sarde, sardine, acciughe. Se la conservazione di questi alimenti non è stata corretta, la decomposizione accelera e si formano grandi quantità di istamina. A queste si aggiungono le malattie batteriche come salmonellosi e vibriosi e quelle dovute a virus a trasmissione alimentare, come calicivirus, norovirus, virus dell’epatite A. Naturalmente, non va sottovalutata la presenza di metalli pesanti potenzialmente tossici all’interno dei pesci.

Fermo restando che le indicazioni riportate non sono di natura medica e rappresentano un brevissimo compendio riguardo a un argomento di carattere scientifico molto complesso e importante, quello che ci preme sottolineare è l’urgenza di un cambiamento nelle nostre abitudini alimentari. Le zoonosi sono infatti solo l’importantissima punta di un iceberg immenso strettamente connesso al consumo di pesce, rispetto al quale non possiamo permetterci di voltarci dall’altra parte. Il consumo di specie marine è legato ovviamente a una importante questione etica – che tende a passare in secondo piano per via dell’errata convinzione che i pesci non soffrano – alla quale si aggiunge l’altrettanto importante questione della sostenibilità ambientale.

Sono numeri che si fa perfino fatica a pensare, ma le stime più recenti parlano di oltre 2,7 trilioni di pesci pescati dai mari e dagli oceani di tutto il mondo, di cui circa il 40% viene scartato perché frutto di quella che viene definita “cattura accessoria“, una pesca non intenzionale a causa della quale milioni di pesci vengono rigettati in mare morti o moribondi. Le acque sono vittime di una pesca indiscriminata e incontrollata tanto che la FAO sostiene, con un allarme lanciato ormai da tempo, che di questo passo gli oceani di tutto il mondo saranno vuoti entro il 2048. Va da sé che l’utopia della “pesca sostenibile” non si possa ormai più prendere in considerazione – ammesso che sia mai stato fatto -e che la necessità stringente sia quella di trovare una soluzione alternativa, prima che sia troppo tardi.

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