Cop26, pochi accordi e nessun accenno agli allevamenti. L’ennesimo buco nell’acqua?

Pochi gli accordi raggiunti finora alla Conferenza delle Nazioni Unite sul clima e nessun accenno all'impatto ambientale degli allevamenti intensivi, considerati dagli esperti una delle cause principali dei cambiamenti climatici.

Manca poco meno di una settimana alla fine della Cop26, la Conferenza delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici. Tante se ne sono dette e altrettante se ne diranno, ma la vera domanda è: possiamo essere soddisfatti degli accordi raggiunti e dei temi affrontati finora? Nonostante sia stata soprannominata The Cow in the Room (letteralmente, “la mucca nella stanza”) – con un gioco di parole squisitamente inglese, usato per indicare una verità ben visibile, ma che tutti fingono di non vedere – all’inizio la Cop26 ha prodotto il primo, importante, risultato.

Con la firma di 114 Paesi, si è raggiunto un patto sulla deforestazione: stop completo a questa pratica entro il 2030 e, dove possibile, impegno per invertire il trend, piantando più alberi di quelli che vengono abbattuti. In poche parole, entro questo decennio i Paesi aderenti dovranno agire in modo da preservare intatte le foreste esistenti. Non male, soprattutto se si pensa che hanno sottoscritto l’accordo anche Paesi come il Brasile, nel mirino degli attivisti per la devastazione dell’Amazzonia, e il Canada – che da sempre considera il legname una risorsa economica imprescindibile. In tutto, i Paesi che hanno accettato l’impegno possiedono oltre l’85% delle foreste mondiali.

E poi, il capitolo emissioni, decisamente più deludente: mentre migliaia di giovani continuano a scendere in piazza a reclamare il proprio futuro, sembra ancora che i politici girino attorno – e molto da lontano – alla questione dell’inquinamento causato dalle attività umane. Solo 40 Paesi (tra cui anche l’Italia) hanno firmato l’accordo per ridurre le emissioni derivanti dall’uso del carbone entro il 2030; grandi assenti, invece, Cina, India, Australia e Stati Uniti – che risultano tra i principali consumatori di carbone nel mondo. Focus anche sulle emissioni di metano, per il quale è stato firmato il Global Methane Pledge: oltre 100 Paesi si impegnano a ridurre del 30% le emissioni di metano, entro il 2030.

Il punto, però, è che non abbiamo tempo, e pensare di posticipare fino al 2030 è un’idea decisamente troppo utopica. Ma, soprattutto, non si fa nessun accenno alla questione degli allevamenti intensivi e al loro impatto sull’ambiente.

Cop26: la soluzione c’è, perché nessuno ne parla?

L’ipotesi che la Cop26 avrebbe potuto non dare peso alla questione degli allevamenti intensivi era già paventata da tempo. Non a caso, prima dell’inizio della Conferenza sul clima, 18 personaggi famosi – tra cui Billie Eilish, Joaquin Phoenix e Moby – hanno firmato la lettera per chiedere di riconoscere pubblicamente il ruolo dell’agricoltura animale come uno dei maggiori responsabili del cambiamento climatico. Eppure, ancora una volta, sembra di essere di fronte a un tabù, una questione che tutti conoscono, ma che nessuno vuole affrontare.

Giusto a giugno Greta Thunberg aveva bacchettato i politici del G7, scagliandosi contro quelle che lei stessa ha definito “vecchie promesse non mantenute“. Il riferimento è alle tante azioni concrete e immediate per fermare i cambiamenti climatici di cui i leader mondiali parlano da tempo, ma che sono ancora solo parole. Finora il tentativo di ridurre l’emissione di gas serra nell’atmosfera si è infatti tradotto negli sforzi per ridurre le emissioni legate alla produzione di energia elettrica, ai trasporti e all’industria. La conferma arriva proprio in questi giorni, durante i quali i “big” hanno affrontato la questione esattamente da questo punto di vista.

Ma tutto questo non basta: secondo uno studio dell’Università di Oxford, “l’eliminazione di tutte le emissioni di questi settori non sarebbe comunque sufficiente per raggiungere gli obiettivi stabiliti con l’accordo di Parigi. Il sistema alimentare globale è una delle principali fonti di emissioni di gas serra, circa il 30% del totale globale“.

Si calcola che, ogni anno, la produzione di cibo porti a immettere nell’atmosfera 16 miliardi di tonnellate di anidride carbonica. Già nel 2018, gli studiosi dell’Università di Oxford avevano pubblicato una ricerca nella quale si afferma che i prodotti di origine animale contribuiscono per il 58% alla produzione di gas serra legati al cibo.

Il passaggio alle diete plant-based è il primo passo concreto verso la soluzione del problema. Lo sappiamo, ormai da anni lo sostengono gli esperti di tutto il mondo. Rimane da chiedersi perché il sistema alimentare non sia una priorità per chi ha in mano il futuro del pianeta.

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