Animali scopo

Gli animali nascono “per uno scopo”. O no?

Credere che gli animali siano al mondo per uno scopo e che questo riguardi in qualche modo gli interessi dell'essere umano, è frutto di una mentalità profondamente specista.

Nel corso della storia l’essere umano, quantomeno nei paesi occidentali, si è posto sempre più al centro del mondo, incoronandosi re e padrone di tutto ciò che lo circondava e che ha iniziato a considerare risorsa da sfruttare per i propri fini. In questa relazione gerarchica e verticale, ha perso il senso del rispetto nei confronti dell’ambiente, degli animali non umani e persino degli altri esseri umani aventi anche solo una qualche caratteristica di “diversità” – che l’ha ingiustificabilmente spinto a pensare di essere, in qualche modo, migliore e di potersi, di conseguenza, arrogare il diritto di decidere per gli altri.

Oggi lo vediamo per esempio con gli uomini che pretendono di decidere per il corpo delle donne, con le forme ancora esistenti di schiavitù e, in modo ancora più massiccio e purtroppo spesso silente, con la continua privazione che subiscono gli animali non-umani rispetto alla propria libertà.

La libertà è tale se è libertà per tutti

Credere che gli animali nascano per soddisfare i desideri degli esseri umani è, probabilmente, l’apoteosi dello specismo: significa autorizzarsi a calpestare le vite degli altri e decidere il loro destino ignorando questioni come il diritto alla vita, il concetto di libertà, di consenso e di autodeterminazione. Eppure, se come sostiene il report WWF Un pianeta “allevato” di luglio 2021, il 70% della biomassa degli uccelli del pianeta è pollame da allevamento e il 60% della biomassa dei mammiferi sul pianeta è costituito da bovini e suini da allevamento, l’uomo ha davvero incorporato l’idea per cui gli altri animali sono al nostro servizio. La domanda è una: tutto questo sulla base di che cosa? Per quale motivo un animale non umano dovrebbe essere considerato inferiore?

Anche ammessa la buona volontà di basare il ragionamento su un’ipotetica gerarchia legata all’intelletto, come giustamente ribatte Singer in “Liberazione animale”, questo principio crolla nel momento in cui prendiamo in considerazione dei neonati, o delle persone affette da demenza: consideriamo la loro vita meno degna di quella delle persone sane solo a causa degli ostacoli che impediscono loro la capacità di pensiero considerata normale? Chiaramente no, ma allora perché mai un animale dovrebbe essere inferiore?

Gli animali provano dolore che potrebbero (e vorrebbero) non provare

C’è da chiedersi anche, a questo punto, quale vita si assegni a un animale che si pensa sia destinato a finire in un piatto. La sua sarà una vita di prigionia, con vari gradi di sofferenza, sì, a seconda del tipo di allevamento in cui ha la sfortuna di nascere, ma pur sempre di confinamento e obblighi imposti senza la sua volontà, o di fuga e rischio in caso si tratti di un animale la cui vita è costantemente messa a repentaglio dal pericolo della caccia. Come gli esseri umani, gli animali non umani sono esseri senzienti in grado di provare dolore ed emozioni: non per nulla gli animali sono definiti dal 2015 dal codice civile come “esseri viventi dotati di sensibilità”.

Perché mangiamo la carne

Come non è normale fare violenza su un altro essere umano, dunque, o sugli animali considerati “da compagnia”, proprio perché si sa bene quanto forte è il legame che può crearsi con loro, c’è da chiedersi per quale motivo si accetti implicitamente che alcuni animali siano condannati a una vita di patimenti per un capriccio dell’essere umano. Come dice la giornalista francese Anne Chemin in un suo articolo pubblicato su Le Monde, quello che abbiamo fatto è stato deanimalizzare la carne: è raro che un consumatore prenda in considerazione l’uccisione dell’animale quando si nutre di carne, e quasi per giustificarsi sente la necessità di sostenere che sia proprio quello, lo scopo dell’animale. La verità è, come dice Claude Fischer, che “vogliamo mangiare la carne, ma non vorremmo uccidere gli animali”.

L’alternativa c’è e ogni vegano ne è la prova vivente

Quanto è scomoda una persona vegana a tavola? Lei probabilmente molto, soprattutto se deve condividere il pasto con persone che ancora scelgono la carne o che le faranno le stesse domande a cui è costretta a rispondere a ogni pasto. Ma chi non è vegan e siede allo stesso tavolo sarà ancora più scomodo perché, purtroppo o per fortuna, ogni persona vegana è la prova vivente di un’alternativa sostenibile non utopica e più che possibile.

Ogni persona vegan incarna infatti la risposta alla domanda a cui si vuole rispondere in questa sede: no, gli animali non nascono perché noi li possiamo mangiare, altrimenti le persone vegane non avrebbero di che nutrirsi. Gli animali non umani nascono per vivere la propria vita in pace, proprio come gli animali umani, e a chi ancora lo nega converrà fare pace con l’evidenza.

Leggi anche: Abbiamo i canini e siamo fatti per mangiare carne? No, i canini più grandi al mondo li ha un erbivoro

Scegli i prodotti certificati VEGANOK e sostieni così la libera informazione!


Solo con la partecipazione di tutti potremo fare la differenza per la salvaguardia del pianeta.

Scarica gratuitamente il nostro magazine

Leggi altri articoli