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Salvare gli animali selvatici può fermare il cambiamento climatico, rispettando gli accordi di Parigi

Reintrodurre alcune specie animali a rischio può contribuire a salvare il Pianeta dalla crisi climatica: lo rivela uno studio scientifico pubblicato sulla rivista Nature Climate Change.

Rispettare gli accordi di Parigi sul clima sarebbe possibile ripristinando la popolazione di 9 specie animali selvatici a rischio: a dirlo è uno studio scientifico pubblicato sulla prestigiosa rivista Nature Climate Change e condotto congiuntamente da 15 studiosi di diverse nazionalità. Quello che è emerso è che gli animali selvatici, e in particolare quelli di alcune specie tra cui lontre marine, lupi grigi e balene, possono giocare un ruolo fondamentale nella lotta alle emissioni, con un conseguente contributo nell’abbassamento delle temperature.

L’obiettivo, secondo gli studiosi, deve essere quello di proteggere le popolazioni esistenti e ripristinarle nel loro habitat naturale: così facendo, si potrebbe arrivare a eliminare dall’atmosfera 6,41 gigatonnellate di CO₂ all’anno, ovvero circa il 95% della quantità di gas inquinanti da rimuovere ogni anno per garantire che il riscaldamento globale rimanga al di sotto di 1,5°C, come stabilito dagli accordi di Parigi del 2015.

Lo studio è stato condotto confrontando la quantità di carbonio presente nelle savane, nelle foreste e in altri ecosistemi quando le popolazioni selvatiche erano sane, con i dati rilevati nel periodo in cui risultavano più decimate. A emergere è stata appunto la capacità di queste specie – e in particolare dei grandi vertebrati – di aiutare l’ambiente attraverso atti come il foraggiamento, lo scavo e il calpestio, che riescono ad aumentare la capacità di stoccaggio del carbonio di un ecosistema fino al 250%.

Animali selvatici e lotta ai cambiamenti climatici: la connessione

Il motivo è presto spiegato: con le loro azioni quotidiane, alcuni animali per esempio disperdono semi e contribuiscono alla rigenerazione della vegetazione degli ecosistemi in cui vivono, che a sua volte è in grado di assorbire anidride carbonica;  altri calpestano o si nutrono della vegetazione che altrimenti priverebbe quegli stessi alberi di spazio e sostanze nutritive. I predatori, invece, contribuiscono a mantenere inalterati i delicati equilibri degli ecosistemi. Per fare un solo esempio pratico, nell’Artico i caribù e altri grandi animali compattano la neve, prevenendo lo scioglimento del permafrost.

Secondo lo studio, per raggiungere questi obiettivi riguardo alla mitigazione del riscaldamento globale sarà necessario rimuovere circa 500 gigatonnellate di CO₂ dall’atmosfera entro il 2100. “Invece di impiegare 77 anni per ottenere questo risultato, potremmo effettivamente raggiungerlo in 35 anni – ha dichiarato Grist Oswald Schmitz, ecologo tra gli autori dello studio – se facessimo davvero uno sforzo concertato per ripristinare queste popolazioni“.

Agendo in questa direzione, quindi, saremmo in grado di salvare il Pianeta e i suoi abitanti, facendo allo stesso tempo qualcosa di concreto ed essenziale per gli animali selvatici, la cui sopravvivenza è in pericolo a causa dell’essere umano.

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