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Antibiotico resistenza e allevamenti intensivi: un pericolo per la salute pubblica

L'antibiotico resistenza è un fenomeno legato anche agli allevamenti intensivi: ecco perché è una minaccia da non sottovalutare.

L’antibiotico resistenza (AMR, Antimicrobial resistance) è un fenomeno complesso e potenzialmente molto pericoloso, che si presenta quando batteri, virus e altri organismi patogeni sviluppano una resistenza ai farmaci che usiamo per combatterli – ad esempio gli antibiotici. La resistenza può insorgere sia nell’uomo che negli animali ed è strettamente legata all’uso continuo degli antibiotici, che aumenta la pressione selettiva favorendo l’emergere, la moltiplicazione e la diffusione dei ceppi resistenti. Inoltre, la comparsa di patogeni resistenti contemporaneamente a più antibiotici riduce ulteriormente la possibilità di un trattamento efficace.

Sebbene l’antibiotico resistenza sia un fenomeno che avviene anche in natura, a causa delle mutazioni genetiche che gli agenti patogeni subiscono normalmente, l’uso inappropriato degli antimicrobici – anche nel settore zootecnico – ha un ruolo importante nella sua diffusione. Ad oggi, circa il 70-80% di tutti gli antibiotici vengono usati nel settore zootecnico: specialmente oltreoceano, vengono impiegati come promotori della crescita. Paesi come gli Stati Uniti, l’Australia, la Nuova Zelanda e il Canada ne fanno ampio uso. 

Il problema è spesso legato alle precarie condizioni di vita all’interno degli allevamenti intensivi: centinaia e centinaia di animali ammassati in spazi piccoli, all’interno di capannoni nei quali è difficile mantenere condizioni igieniche adeguate, creano condizioni favorevoli per la diffusione di patologie che possono risultare pericolose anche per l’uomo. Ecco allora che l’impiego di antibiotici negli allevamenti diventa essenziale per contrastare e spesso prevenire la diffusione di malattie, col risultato però di creare agenti patogeni che diventano immuni ai farmaci. 

I batteri resistenti possono poi contaminare gli alimenti derivati da quegli animali (carne, pesce latte e uova) ma anche diffondersi alle colture che vengono irrigate con acque contaminate o fertilizzate con concime animale. Il rischio per la salute umana è ovviamente elevatissimo, dal momento che se il batterio resistente colpisce l’uomo, mancano i farmaci adatti a contrastarlo.

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Antibiotico resistenza, allevamenti e salute pubblica

Secondo l’Istituto Superiore di Sanità,l’AMR oggi è uno dei principali problemi di sanità pubblica a livello mondiale con importanti implicazioni sia dal punto di vista clinico (aumento della morbilità, della mortalità, dei giorni di ricovero, possibilità di sviluppo di complicanze, possibilità di epidemie), sia in termini di ricaduta economica per il costo aggiuntivo richiesto per l’impiego di farmaci e di procedure più onerose, per l’allungamento delle degenze in ospedale e per eventuali invalidità”.

Ma di cosa parliamo esattamente? Ogni anno, secondo i dati riportati dall’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS), oltre 700mila persone muoiono per infezioni dovute a batteri resistenti agli antibiotici. Di queste, 33mila riguardano l’Europa, e 10mila il nostro Paese. Eppure, secondo gli esperti, la situazione può solo peggiorare: si stima che la resistenza agli antibiotici ucciderà 10 milioni di persone ogni anno entro il 2050 – lo stesso numero di vittime uccise attualmente dal cancro.

La situazione in Italia

In generale, negli allevamenti l’uso di antibiotici è regolato da norme severe e può essere a scopo:

  • terapeutico, per curare gli animali malati dopo valutazione veterinaria;
  • metafilattico, per trattare gli animali che sono entrati in contatto con un altro soggetto malato;
  • profilattico, per prevenire la diffusione di una patologia, prima ancora che gli animali ne manifestino i sintomi.

Per contrastare il fenomeno dell’antibiotico resistenza, la comunità scientifica è concorde nell’affermare che l’unico uso di antibiotici all’interno degli allevamenti dovrebbe essere a scopo terapeutico; non mancano però testimonianze da parte di associazioni animaliste – come ad esempio Essere Animali – che mostrano negli allevamenti l’impiego di antibiotici a uso profilattico, mescolati nel cibo o nell’acqua destinata agli animali, molto spesso senza alcuna valutazione veterinaria.

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Secondo quanto riportato nell’ultimo report EMA – ESVAC (European Medicines Agency – European Surveillance of Veterinary Antimicrobial Consumption), a oggi in Italia circa il 70% degli antibiotici venduti (compresi anche quelli a consumo umano) è destinato agli animali. Questo ci rende il secondo paese in Europa per impiego di questa tipologia di farmaci in zootecnia, superando di gran lunga paesi di simili dimensioni come Francia e Regno Unito. Ma non basta, perché il nostro Paese detiene anche un altro triste primato: siamo i primi in Europa per numero di morti causati dall’antibiotico resistenza. Secondo i dati forniti dall’Istituto superiore di sanità (Iss), su 33.000 decessi in tutto il continente, oltre 10.000 avvengono in Italia.

A questo grave problema sanitario, però, si aggiunge quello ambientale: uno studio effettuato lo scorso anno su scala globale e condotto dall’Università di New York dimostra la presenza di alte concentrazioni di antibiotici nei fiumi principali in tutti i continenti. I livelli di sicurezza sono ampiamente superati in molti casi. Gli studiosi hanno cercato nei fiumi di 72 paesi 14 antibiotici usati comunemente, e hanno rilevato la loro presenza nel 65% dei siti monitorati.

Il problema è globale e non può essere ignorato. La soluzione per contrastare tutte queste problematiche esiste ed è alla portata di tutti: la conversione verso una dieta plant-based. Cessare il consumo di carne e derivati animali è la risposta a molti dei problemi che il mondo deve affrontare: non si tratta di un’opinione, ma di un fatto concreto supportato da evidenze e studi.

Leggi anche: Impatto ambientale: quale sarebbe il “prezzo reale” di carne e derivati animali?

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