Caccia ai delfini, massacro senza precedenti: una barbarie mascherata da tradizione

Ancora una volta, immagini che non vorremmo più vedere. Non nel 2021, non quando la questione dei diritti animali e della salvaguardia dei mari è un argomento di dibattito quasi quotidiano. Eppure, domenica scorsa sono stati massacrati quasi 1500 delfini in nome di una tradizione anacronistica e crudele.

Un altro massacro di delfini al largo delle isole Faroe, sulle coste settentrionali dell’Europa, dove domenica sono stati uccisi quasi 1500 esemplari in massacro senza precedenti. Il tutto in nome di una tradizione barbara e anacronistica, che viene portata avanti da secoli, il Grindadráp. Una parola che suona esotica alle nostre orecchie e che identifica la tradizionale caccia alle balene (ma in cui sono coinvolti anche i delfini), che una volta all’anno tinge di rosso il mare di queste zone. Gli animali vengono spinti con le imbarcazioni in acque poco profonde, dove il tutto si svolge in pochissimo tempo: lì, i partecipanti li uccidono a coltellate e poi li trascinano, morti o agonizzanti, a riva.

Le immagini dei delfini spiaggiati, cacciati soprattutto per soddisfare la richiesta di carne, hanno fatto il giro del web, suscitando l’indignazione e le proteste degli animalisti di tutto il mondo. Perfino a livello locale si è arrivati a mettere in discussione questa pratica: secondo la BBC, non si toccavano numeri così tristemente alti dal 1940, quando furono uccisi 1200 tra delfini e balene; di solito, i numeri si aggirano tra i 600 e gli 800 esemplari. “È stato un grosso errore“, ha ammesso il presidente dell’associazione dei balenieri delle isole, Olavur Sjurdarberg.

Tra indignazione e tradizione

Perfino la popolazione locale sarebbe sotto shock per la brutalità di questo eccidio, il peggiore da decenni, eppure la tradizione non accenna a scomparire. La popolazione identifica parte delle proprie radici con questa pratica, che trova ancora pochi oppositori tra gli abitanti del luogo. L’80% della popolazione locale, infatti, è favorevole alla caccia alle balene e solo il 50% si oppone a quella dei delfini.

È giusto indignarsi, è giusto battersi perché queste pratiche violente e crudeli siano vietate. Però è giusto anche ricordare che questa violenza non è diversa da quella che 70 miliardi di animali, nel mondo, subiscono ogni anno negli allevamenti intensivi. La violenza è violenza, e in quanto tale dovrebbe essere sempre condannata e ostacolata. Le tradizioni definiscono una cultura, la rendono riconoscibile nel mondo e da sempre sono il mezzo per conservare la memoria di una comunità. La loro importanza è innegabile, com’è innegabile che ancora oggi si continuino a giustificare, proprio “in nome della tradizione”, usanze anacronistiche e aberranti – dannose per l’uomo, gli animali e l’ambiente. Il nostro compito, nel 2021, è acquisire consapevolezza e scegliere quali tradizioni rappresentano la nostra identità, e quali invece sono il retaggio di un passato da dimenticare.

A fare la differenza è la nostra percezione. Dobbiamo cambiare prospettiva, smettere di puntare il dito contro ciò che ci disturba solo perché diverso, e iniziare a creare una società in cui lo sfruttamento (di qualsiasi) animale sia considerato un’aberrazione.

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