Carne, in Italia danni ambientali per almeno 6,3 miliardi di euro. Ma l’UE continua a finanziare gli allevamenti

Un nuovo report pubblicato in questi giorni e realizzato per LAV dalla società Demetra, evidenzia i costi ambientali e sanitari del consumo di carne in Italia; è chiaro che continuare a basare il sistema alimentare sulle proteine animali non sia più possibile. Eppure, L'UE ha votato a favore della nuova PAC, che continuerà a finanziare gli allevamenti intensivi per i prossimi sette anni.

Consumare carne costa agli italiani quasi 37 miliardi di euro ogni anno, necessari per risanare i danni sanitari e ambientali dovuti a questa abitudine alimentare. A dirlo è “L’insostenibile impatto della carne in Italia”, report pubblicato in questi giorni in esclusiva da ilfattoquotidiano.it, e realizzato per LAV da Demetra, società che si occupa di ricerca scientifica e sostenibilità.

La carne ha un prezzo “nascosto” che va ben oltre quello riportato in etichetta: per esempio, al prezzo di un hamburger di manzo da 100 g, si dovrebbero aggiungere 1,9 euro per compensare i danni ambientali della produzione, e 54 centesimi per la spesa sanitaria; in tutto, si tratta di 19 euro in più al chilo. Lo stesso vale per un chilo di carne di maiale lavorata come salumi e insaccati: 19 euro in più, di cui 14 andrebbero a compensare le spese sanitarie, e 5 le spese legate al danno ambientale. La carne di maiale fresca, invece, avrebbe un sovrapprezzo al chilo di 10 euro (4,9 di costi ambientali, 5,4 di sanitari), mentre la carne di pollo “solo” di 5 euro.

Questi costi aggiuntivi ricadono sistematicamente sui cittadini italiani, che ogni anno pagano 36,6 miliardi di euro per la salute pubblica e l’ambiente, indipendentemente che scelgano o meno di consumare carne e derivati. Parliamo in media di 605 euro pro capite, divisi in 48% per i costi ambientali e 52% per le spese sanitarie collettive.

L’immagine è tratta dallo studio “L’insostenibile impatto della carne in Italia”

 

L’impatto ambientale maggiore è generato dalla carne di bovino. Questo a causa della fermentazione enterica, il processo digestivo tipico dei ruminanti che ha come risultato la produzione di metano, noto gas serra. Poi bisogna considerare gli “scarti”, perché non tutto l’animale viene convertito in carne. Nello studio si legge che “per 100 g di carne di bovino macellata, vengono emessi quasi 900 g di CO2 eq. sotto forma di fermentazione enterica, pari al 35% del totale delle emissioni di gas a effetto serra generate dal ciclo di vita della carne fino alla fase di macellazione“. Questo si ripercuote sulla società in termini di costi: per ogni 100 grammi di carne bovina, la società subisce danni ambientali per 1,35 euro.

Considerando i valori di riferimento, il costo totale per la collettività causato dal ciclo di vita della totalità della carne consumata in Italia varia tra un minimo di 6,3 miliardi di euro (pari a 105 euro annui per abitante) a un massimo di 43,2 miliardi di euro (ovvero 714 euro all’anno per ogni abitante).

L’Europa tra Green Deal e Riforma PAC

Lo studio in analisi riguarda l’Italia, ma la situazione non è diversa nel resto d’Europa: gli allevamenti intensivi rappresentano un problema globale e sono sempre di più le evidenze scientifiche che li considerano una rovina per l’ambiente e la salute pubblica. Non a caso, la Commissione Europea  lo scorso anno ha messo a punto il Green Deal, un insieme di iniziative per rendere l’Europa il primo continente “a emissioni zero” entro il 2050. Tra gli obiettivi del progetto, anche la creazione di un sistema alimentare sano e sostenibile a livello ambientale. Ma c’è di più, perché proprio agli inizi dello scorso ottobre, il Parlamento Europeo ha votato a favore di una nuova legge sul clima per ridurre le emissioni di gas serra del 60% entro il 2030.

Le “ambizioni ecologiche” dell’Europa si scontrano con la riforma della PAC (Politica Agricola Comune) votata a ottobre. Nonostante il Green Deal, il Parlamento Europeo ha deciso sulla gestione di un fondo pubblico di circa 400 miliardi di euro (un terzo dell’intero bilancio UE), che nei prossimi sette anni finanzierà le attività agricole in Europa. I fondi europei continueranno a sostenere i sistemi di produzione intensivi. Tra questi, ovviamente, anche gli allevamenti, ai quali è da sempre destinato il 75% delle sovvenzioni.

La nuova PAC e il concetto di “benessere animale”

Nulla è cambiato perché, nonostante la Commissione Ambiente del Parlamento avesse proposto un accordo sul taglio ai sussidi per gli allevamenti intensivi – per aumentare i finanziamenti alle attività sostenibili – il Parlamento ha bocciato la proposta, votando a favore di un maxi-emendamento che di fatto non prevede alcuna modifica rispetto alla situazione precedente. La nuova PAC fa riferimento al concetto di benessere animale, che prima non era preso in considerazione. Solo chi dimostrerà di rispettare il benessere degli animali potrà ricevere i finanziamenti, e questo è considerato un passo avanti rispetto alla politica precedente.

L’immagine è tratta dallo studio “L’insostenibile impatto della carne in Italia”

Il concetto di “benessere” riferito agli allevamenti è, dal nostro punto di vista, illogico: la privazione della libertà e lo sfruttamento sono di per sé già mancanza di benessere. In più, in Europa la tutela degli animali è subordinata alle regole della produzione, ogni individuo ha valore fintanto che è in grado di generare profitto. La riforma si basa sulla possibilità di cambiare le leggi che tutelano il benessere animale, definendo standard più rigidi e limitando il numero delle strutture che ricevono i finanziamenti. Nessuno, però, sta pensando di modificare le leggi in vigore, almeno per ora. Questo significa che i finanziamenti saranno erogati fino a quando non verrà modificata la normativa attuale.

Le evidenze parlano chiaro: la crisi climatica è in peggioramento; la salute pubblica globale è minacciata da oltre un anno da una zoonosi, ovvero una malattia trasmessa dagli animali all’uomo. Eppure, tutto questo non basta ancora per cambiare rotta: a cosa dobbiamo arrivare prima che venga incentivata “dall’alto” la conversione del sistema alimentare in chiave vegetale?

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