Chiuso l’allevamento di visoni di Noceto, è il momento dell’industria “fur free”

Chiuso l'ennesimo allevamento di visoni in Italia: il quadro globale mostra una vera e propria crisi della pellicceria a livello internazionale, con grandi case di moda ma anche marchi del "fast fashion" che hanno deciso di abbandonare l'uso delle pellicce nelle proprie collezioni

 

Buone notizie sul fronte dei diritti animali in Italia: grazie all’attività dell’associazione Essere Animali, pochi giorni fa ha chiuso i battenti l’allevamento di visoni situato a Cella di Noceto (PR), dove erano rinchiusi circa 4000 animali sfruttati per la realizzazione di pellicce e inserti. Questa non è la prima struttura del genere a dichiarare fallimento sul territorio italiano: attualmente restano attivi poco più di dieci allevamenti di visoni, grazie anche al lavoro di Essere Animali, che negli ultimi tre anni ha contribuito alla chiusura di 8 aziende, tra cui una delle più grandi del nostro paese.

Attualmente le stime dell’associazione parlano di circa 100 mila visoni uccisi ogni anno solo nel nostro paese al fine di realizzare inserti di capi di abbigliamento e pellicce. Si tratta certamente di numeri astronomici, che però risultano in netta e costante diminuzione rispetto al passato: secondo l’associazione, nel 2016 la produzione nazionale ammontava a circa 180.000 visoni, quasi il doppio rispetto a oggi. Anche l’Italia, quindi, si sta lentamente adeguando al mercato internazionale, che chiede a gran voce una moda “fur free”.

Moda: come sta cambiando l’industria della pelliccia?

Secondo le stime riportate da Humane Society International, associazione internazionale fondata nel 1991 negli Stati Uniti per combattere qualsiasi forma di crudeltà nei confronti degli animali, ogni anno sono circa cento milioni gli animali che vengono allevati e uccisi in allevamenti intensivi per fornire all’industria della moda abbigliamento e accessori di vario genere. Non si parla solo di pellicce tradizionali, ma anche di inserti in pelliccia per giacche e cappotti, insieme a pompon impiegati come ornamenti su cappelli, guanti e scarpe, oltre a una vasta gamma di altri indumenti e accessori.

Ormai da qualche anno esiste una presa di coscienza molto forte da parte dei consumatori rispetto alla questione dello sfruttamento animale, e ciò è dovuto in gran parte all’attività di protesta e informazione portata avanti dalle associazioni animaliste internazionali. Quanto influisce, però, il lavoro degli animalisti su questa tipologia di industria? Come riporta Humane Society International, anche grazie alle proteste dei volontari sono numerosi i paesi in Europa che hanno bandito totalmente gli allevamenti di pellicce sul proprio territorio:

  • Austria
  • Bosnia ed Erzegovina
  • Belgio
  • Croazia
  • Repubblica Ceca
  • Lussemburgo
  • Paesi Bassi (divieto di allevamento di volpi nel 1995, cincillà nel 1997, visoni nel 2024)
  • Irlanda del Nord
  • Repubblica di Macedonia
  • Serbia
  • Slovenia

Al di fuori dell’Unione Europea, lo stato brasiliano di San Paolo ha introdotto un divieto di allevamento di pellicce nel 2014; in Nuova Zelanda, invece, è vietata l’importazione di visoni, il che vieta di conseguenza anche il loro allevamento; anche il Giappone sta gradualmente eliminando questo tipo di attività. Nel prossimo futuro (in particolare, entro il 2022) la Germania, la Svezia e la Svizzera renderanno le norme sul benessere animale negli allevamenti di animali “da pellicce” così rigide da rendere questa tipologia di industria economicamente non sostenibile, con la previsione di un calo drastico del numero degli allevamenti. Irlanda, Polonia, Lituania e Ucraina stanno attualmente prendendo in considerazione la legislazione sul divieto di allevamento di animali allo scopo di produrre pellicce; l’India, West Hollywood e Berkley negli Stati Uniti hanno vietato l’importazione o la vendita di pellicce in tutto il territorio.

Secondo PETA, il 73% degli allevamenti di pellicce rimasti nel mondo si trova in Europa, mentre circa il 12% si trova in Nord America.

(L’associazione Furfree Alliance fornisce un elenco completo e aggiornato periodicamente della situazione degli allevamenti di animali “da pelliccia” nel mondo).

Crediti foto: Furfree Alliance

La vendita di pellicce a livello internazionale ha subito un forte calo nel corso degli anni ’90, anche se l’industria ha vissuto un momento di ripresa in anni più recenti specialmente nei ricchi mercati di Russia e Cina. Oltre alla questione etica, esiste anche una questione ambientale legata alla produzione di pellicce: “La quantità di energia necessaria per produrre una vera pelliccia da animali allevati in allevamento è circa 15 volte quella necessaria per produrre un indumento di pelliccia finta“, dichiara PETA. “In più, la pelliccia vera non è biodegradabile, a causa del trattamento chimico che subisce per impedirne il marcimento“. PETA aggiunge che queste stesse sostanze chimiche spesso contaminano le falde acquifere vicino agli allevamenti, se non vengono gestite in maniera responsabile.

Moda e benessere animale: il nuovo trend è l”animal free”

Il 2019 ha segnato una data importantissima nella storia della moda internazionale: a Los Angeles si è tenuta la prima Vegan Fashion Week della storia, con il claim “CRUELTY-FREE IS THE NEW LUXURY”. Il nuovo trend, seguito tanto dai più grandi stilisti del mondo quanto dalle case di moda del “fast fashion”, è l’animal free: i tessuti, dai sintetici più classici alle innovazioni a base vegetale, bandiscono lo sfruttamento animale per rispondere alle richieste di un mercato sempre più attento alla questione etica.

I grandi marchi del fashion non possono quindi fare altro che adattarsi al cambiamento in atto. Tra i grandi nomi di stilisti e case di moda ad aver detto “no” alle pellicce troviamo Armani, Michael Kors, Stella McCartney, Prada, Gucci, Versace e Jimmy Choo. Tra le aziende della moda “fast”, invece, risultano fur free Zara, H&M, Berhska, The North Face, Asos e l’italiana OVS (l’elenco completo è consultabile qui). In questo quadro di cambiamento e innovazione si colloca anche il lavoro di Carrera, storico marchio che da sempre produce jeans, abbigliamento e accessori.

La nota azienda, fondata nel 1965 a Verona, già da tempo ha ottenuto il certificato VEGANOK per la totale assenza di derivati animali nei tessuti e nelle colle che utilizza nei suoi jeans all’aloe ma da pochissimo ha introdotto una novità: dal prossimo anno sostituirà il filato standard impiegato nella produzione dei jeans elasticizzati (ora in misto cotone-lycra) con il Sorona, un tessuto innovativo derivato dal mais, e per questo 100% naturale, biocompatibile e riciclabile.

In un mercato sempre più attento alla sostenibilità ambientale e all’etica, questi sono solo alcuni dei tantissimi esempi di aziende internazionali che hanno scelto di orientare la produzione verso quella che a tutti gli effetti potremmo definire “la moda del futuro“.

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