vegani nomi piatti

Why vegans bla bla

Non si contano le discussioni che gravitano attorno alla scelta dei nomi dei piatti plant-based: ecco perché i vegani usano i nomi dei prodotti onnivori (e perché è giusto che sia così).

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Parola d’ordine: riconoscibilità

Prova a pensare di trovarti al banco frigo di un qualsiasi supermercato, alla ricerca di un’alternativa vegetale a un piatto pronto, magari le lasagne. Trovando in etichetta la dicitura “lasagne vegane” non avresti dubbi, ma cosa dire se si chiamassero “sfoglie di pasta disposte a strati, ripiene di crema a base di bevanda alla soia, farcita con un sostituto vegetale del macinato”? 

Ovviamente stiamo estremizzando, ma il succo del discorso è questo: usare nomi dei piatti vegan che richiamano quelli onnivori, li rende immediatamente riconoscibili. Questa mossa dà subito l’idea di cosa aspettarsi in termini di sapori, consistenze e profumi. E lo stesso, ovviamente, vale per qualsiasi ricetta: parlare di “torta della nonna vegan” permette subito di capire di che tipo di dolce parliamo, seppure con le variazioni del caso.

Specialmente al momento dell’acquisto, è un aiuto non da poco: comprare un “affettato vegan gusto speck” agevola senza dubbio il processo di identificazione di quello che si sta mettendo nel carrello. Molto di più rispetto a un “affettato all’aroma affumicato”, che non fornisce indicazioni ai consumatori su cosa aspettarsi. Il punto è che viviamo in un mondo in cui la scelta vegan è ancora una nicchia, all’interno di una consuetudine e di una tradizione fatta di tanti alimenti non vegan. Quindi, è inevitabile che piatti e prodotti plant-based richiamino sapori e consistenze con cui tutti abbiamo familiarità

Legittimare le alternative vegetali

All’interno del mercato alimentare, le alternative plant-based sono sempre più numerose, ma rappresentano ancora una minima parte dei prodotti disponibili. Il loro valore in termini di innovazione è indiscusso, ma privarli del loro nome potrebbe in qualche modo bloccare l’ascesa di un mercato in fortissima espansione. 

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Definire un prodotto “bistecca vegetale” o “latte di avena” (seppur all’interno del complesso quadro normativo del meat e milk sounding), lo legittima agli occhi dei consumatori, rendendolo degna alternativa alla controparte animale. Perché, ricordiamo che privare qualcosa del suo nome, equivale a privarlo della sua posizione all’interno del mercato alimentare. 

I vegani combattono la sostanza, non il gusto

Un altro aspetto troppo spesso sottovalutato, riguarda l’essenza stessa della filosofia vegan: essendo una scelta etica, legata alla volontà di non contribuire allo sfruttamento animale, per sua natura non ha niente a che fare con la volontà di ripudiare il sapore del cibo onnivoro.

Si può essere vegani pur continuando ad amare il gusto della mozzarella sulla pizza, il sapore della crema del tiramisù o il profumo delle polpette al sugo della domenica: chi elimina carne e derivati animali dalla propria alimentazione, di certo non lo fa perché non ama i sapori degli ingredienti o dei piatti della tradizione non vegan.

I vegani, insomma, combattono la sostanza dei piatti e degli ingredienti non vegan, la sofferenza che la loro produzione comporta, non il loro gusto. Ecco perché non deve stupire se alcuni vegani decidano di provare alimenti plant-based che richiamino in tutto e per tutto quelli di origine animale: il cibo è anche legato a ricordi e stati d’animo, nonché a tradizioni familiari a cui teniamo particolarmente. Diventare vegani non significa rinnegare tutto questo.

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Ovviamente, capita molto spesso che, dopo aver intrapreso questa scelta di vita, le persone rifiutino di consumare prodotti che ricordino quelli di origine animale: la consapevolezza delle aberrazioni che la loro produzione comporta, spesso è più che sufficiente per renderli respingenti. Capita, ma non a tutti: molti vegani vedono di buon occhio un prodotto cruelty-free che ricordi il loro formaggio preferito, o un hamburger plant-based in grado di soddisfarli tanto quanto uno di carne.

Dal nostro punto di vista, nel momento in cui la sofferenza animale sia stata bandita dalla tavola, il resto sono scelte individuali insindacabili, che come tali devono essere rispettate. 

Leggi anche: Perché si può (e si deve) parlare di latte vegetale?

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