Etichette sostenibilità

Arrivano le etichette di sostenibilità: un problema mascherato da soluzione?

Sono in attesa di approvazione le etichette di sostenibilità, un progetto italiano per apporre valutazioni sugli alimenti in base a quattro parametri: peccato che si possano tradurre in informazioni fuorvianti e che, tra gli indici analizzati, non si parli assolutamente del benessere animale.

Nasce da un progetto italiano l’idea di apporre sugli alimenti “etichette di sostenibilità” che possano guidare i consumatori negli acquisti: si chiama Positive Food ed è un programma sviluppato dall’Università degli Studi di Milano con il Milan Food Center for Law and Policy, e che si ripromette di fornire valutazioni sugli alimenti di diverse filiere in base a 4 parametri diversi.

Ambiente, Persone, Filiera e Nutrienti sono i criteri di valutazione che verranno presi in considerazione, in questo progetto salutato dai più come rivoluzionario, ma che in realtà potrebbe presentare un problema sull’oggettività dei giudizi sugli alimenti. Posto che si tratterà, se mai dovesse diventare effettiva, di un’etichettatura su base volontaria, fornirà una valutazione da 0 a 5 in etichetta, dove 5 è il valore massimo attribuito al singolo prodotto (e a cui, almeno in teoria, dovrebbe corrispondere la qualità migliore).

Il problema, però, è che – a differenza di quanto sostengono i detrattori della scelta vegan riguardo al meat soundig – potremmo andare incontro a etichette fuorvianti, che potrebbero presentare gli alimenti sotto una luce molto diversa da quella reale.

Il problema delle “etichette di sostenibilità”

Come detto, le nuove etichette sono pensate per prendere in considerazione 4 fattori differenti, che sono nello specifico:

  • Ambiente: analizza l’impatto della produzione di un alimento in termini di emissioni e uso delle risorse.
  • Persone: riguarda il benessere dei lavoratori coinvolti nella produzione di un alimento;
  • Filiera: è una fotografia del percorso produttivo;
  • Nutrienti: descrive, oltre all’etichetta già presente per legge, i valori nutrizionali di un dato alimento.

Nella sua presentazione, è stato fatto un primo esempio sull’uso di questa etichetta in relazione ai prodotti lattiero-caseari e al latte vaccino, come caso di studio su un alimento considerato “centrale” nell’alimentazione umana. E il problema è proprio questo: la scienza conferma già da tempo che il latte e i suoi derivati non sono alimenti indispensabili per l’essere umano, ma che anzi possono creare più danni che benefici; eppure, un’etichettatura del genere potrebbe tranquillamente far credere il contrario.

Se è vero che nella sezione Ambiente viene indicato l’impatto ambientale della loro produzione, e leggiamo un elenco nutrito che comprende tra gli altri “cambiamento climatico (CO2)”, eutrofizzazione marina” e “uso del suolo”, il fatto di non fornire dei dati e metterli a confronto con quello delle alternative vegetale (decisamente più basso) rende l’informazione di per sé vuota, specialmente per i consumatori meno informati. L’aggiunta poi di un elenco di potenziali nutrienti come “contributo in calcio” nella sezione Nutrienti non dice nulla sui possibili danni di un consumo di latte e derivati, per esempio in riferimento al contenuto di colesterolo: così leggendolo, si potrebbe pensare a un elenco totalmente positivo, quando sappiamo bene che non è così.

Etichette di sostenibilità: e agli animali chi ci pensa?

A tutto questo si aggiunge una mancanza a nostro avviso gravissima: come mai, se si parla di alimenti di origine animale, tra i parametri analizzati non si fa alcun accenno al benessere animale e alle condizioni in cui questi individui vivono e vengono allevati? Anche se sosteniamo da sempre che accostare il concetto di benessere a quello di privazione della libertà sia già di per sé un ossimoro, crediamo che glissare su questo aspetto – specialmente in un momento storico in cui, lo sappiamo, sempre più consumatori lo tengono in considerazione quando fanno acquisti  – sia inammissibile.

Non solo le “etichette di sostenibilità”, per come sono strutturate, possono far passare un’idea sbagliata sull’importanza che un alimento ricopre nella nostra alimentazione, ma non tengono minimamente conto degli attori principali all’interno della produzione quando si parla di carne, latte o uova. Ancora una volta, siamo di fronte all’ennesimo tentativo di difendere una produzione alimentare indifendibile, sia dal punto di vista ambientale che da quello etico. Positive Food non è altro che l’ennesimo modo per mantenere inalterato lo status quo quando si parla di alimentazione, ambiente e animali, mascherato da tutela per la salute dei cittadini e del Pianeta in cui viviamo.

Leggi anche: Il Senato approva un duro divieto per le etichette dei prodotti vegan

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