Fast fashion: quando la moda “usa e getta” fa a pugni con il concetto di sostenibilità

Il mondo della moda è sempre più improntato al consumo, all'acquisto compulsivo, all'uso di molti capi di abbigliamento e accessori per poco tempo. Qual è però l'impatto che questo modello produttivo ha sull'ambiente?

Abbigliamento e accessori low cost, spesso di scarsa qualità, pensati per essere alla moda per una stagione e poi sostituiti: questo è il modello di funzionamento del cosiddetto fast fashion, la moda “usa e getta” che ormai da qualche anno regna nel settore dell’abbigliamento. Eppure, mai come in questo momento storico, è fondamentale fare i conti con il concetto di sostenibilità, analizzando quanto e come le attività umane impattino sul pianeta. Un articolo pubblicato su Nature punta i riflettori sull’argomento, analizzando l’impatto di questa industria e della sua complessa filiera su più fronti: uso dell’acqua, inquinamento chimico, emissioni inquinanti e scarti tessili.

Oggi si calcola che la moda veloce porti a produrre quasi il doppio dell’abbigliamento e degli accessori rispetto a prima del 2000; l’attenzione su questo fenomeno non manca, così come le critiche che l’industria della moda “usa e getta” riceve sempre più di frequente per la scarsa attenzione al problema ambientale. Secondo gli esperti, questa industria produce l’8-10% delle emissioni globali di CO2 (4-5 miliardi di tonnellate all’anno). Con 79 trilioni di litri di acqua usati ogni anno, questo settore risulta anche uno dei principali consumatori di acqua, ed è responsabile di circa il 20% dell’inquinamento idrico industriale dovuto al trattamento e alla tintura dei tessuti. Ma non basta, perché contribuisce a circa il 35% dell’inquinamento dei mari da microplastiche (si parla di 190.000 tonnellate all’anno) e produce enormi quantità di rifiuti tessili (oltre 92 milioni di tonnellate all’anno), gran parte dei quali finisce in discarica o viene bruciato, insieme al prodotto invenduto.

Fast fashion: i numeri dello spreco

La caratteristica principale del fast fashion è la tendenza a prezzi estremamente competitivi, il che ha un forte impatto sull’acquisto da parte dei consumatori: nonostante sia in aumento il numero di articoli posseduti, la spesa media pro capite per abbigliamento e calzature nell’UE e nel Regno Unito è diminuita dal 30% negli anni ’50 al 12% nel 2009 e solo il 5% nel 2020. Negli Stati Uniti, il consumatore medio acquista un capo di abbigliamento ogni 5,5 giorni e in Europa è stato osservato un aumento del 40% degli acquisti di abbigliamento nel periodo compreso tra 1996 e il 2012.

I prezzi bassi e una moda che cambia in pochi mesi portano i consumatori ad avere più vestiti nell’armadio, quantificati in 14,5 kg in Italia, 16,7 kg in Germania, 26,7 kg nel Regno Unito e tra i 13 kg e i 16 kg in Danimarca, Svezia, Norvegia e Finlandia. Diminuisce però il tempo medio in cui ogni capo viene indossato, del 36% rispetto al 2005 secondo gli esperti. È la Cina a dominare il mercato mondiale della produzione tessile, con un export del valore di 109,9 miliardi di dollari e abbigliamento per un valore di 158,4 miliardi di dollari ogni anno. Oltre all’impatto ambientale legato alla produzione vera e propria, bisogna calcolare anche quello correlato ai trasporti, dal momento che la produzione tessile – per ragioni economiche – è dislocata per lo più nel sud del mondo, da dove poi i prodotti finiti devono raggiungere gli altri Paesi.

Parola d’ordine: sostenibilità

Nonostante il fenomeno del fast fashion sia sempre più radicato e diffuso nel mondo, non manca la consapevolezza rispetto al suo enorme impatto ambientale e alla necessità di trovare soluzioni pratiche e innovative al problema. Ne sono un esempio i nuovi trend che interessano il mondo del fashion, dove le parole d’ordine sono ormai “riciclo creativo”, “sharing” e “renting”.

Sempre più consumatori scelgono di abbandonare del tutto o in parte la strada del fast fashion per dedicarsi non solo all’acquisto di beni di seconda mano, ma anche al noleggio di capi di abbigliamento (e accessori). A guidare questo mercato sono gli Stati Uniti, che ne detengono il 40% del valore complessivo, e che hanno contribuito a una crescita media annua di questo mercato del 10,6% dal 2017 al 2023. Anche l’Italia si affaccia in questi anni al mondo del “fashion renting”, grazie a realtà come Dress You Can  o Drexcode che consentono un approccio alla moda sostenibile per far fronte al consumo ingiustificato di vestiti, destinati a rimanere chiusi nell’armadio per anni.

Per approfondire questo argomento: Fashion renting e fashion sharing: le nuove frontiere della sostenibilità

Ma non è tutto, perché il mondo della moda è sempre più cruelty-free. Se è vero che il vegan rappresenta ormai il “new normal” , è altrettanto vero che questo trend non riguarda solo l’alimentazione ma coinvolge molti altri settori del mercato. Tra questi spicca senza dubbio il mondo della moda, dove sono in aumento i prodotti animal free e anche i grandi nomi che sfilano sulle passerelle si stanno adeguando alle richieste di un mercato sempre più improntato a una produzione più sostenibile, non solo dal punto di vista ambientale ma anche etico. È in questo quadro di cambiamento e innovazione costanti che si collocano anche piccole e medie aziende internazionali, che con il loro lavoro stanno apportando un contributo importante a questo mercato in costante espansione.

Leggi anche: Moda: in aumento i prodotti animal free, il vegan diventa sempre più mainstream

Scegli i prodotti certificati VEGANOK e sostieni così la libera informazione!


Solo con la partecipazione di tutti potremo fare la differenza per la salvaguardia del pianeta.

Scarica gratuitamente il nostro magazine

Leggi altri articoli