La peste suina colpisce gli allevamenti cinesi, in ginocchio anche il mercato italiano dal 2020?

Il mercato della carne suina cinese è in crisi, e la conseguenza è un rincaro dei prezzi a livello globale. Anche l'Italia dovrà ben presto fare i conti con un rialzo dei prezzi, che ha già cominciato a farsi sentire dallo scorso settembre

La peste suina sta portando al collasso il mercato cinese e per il 2020 si prospetta un aumento del 40% a livello globale del prezzo della carne impiegata per produrre salumi e insaccati. Siamo di fronte a una malattia infettiva altamente contagiosa – seppur innocua per l’uomo – che colpisce suini e cinghiali e che quest’anno ha ucciso un quarto dei maiali del mondo, molti dei quali allevati proprio in Cina.

Parliamo della più grande crisi del dopoguerra ad aver colpito questo comparto produttivo, che ha spinto la Cina a cercare rimedio con una corsa all’import di carni dall’Europa senza precedenti. Una mossa senza dubbio legata alla malattia che ha portato all’abbattimento di circa 200 milioni di suini (su un totale di circa 450 milioni), ma anche alla “occidentalizzazione” della dieta cinese e al conseguente aumento del consumo di carne rispetto alle abitudini degli anni passati.

Un grafico che mostra la diminuzione della produzione di carne suina in Cina (fonte: USDA)

Gli effetti dell’arrivo della peste suina in Cina si faranno sentire anche in Italia, dove è previsto un rialzo dei prezzi che rischia di compromettere le aziende che producono questa tipologia di prodotti. L’allarme è lanciato da Assica, l’Associazione industriali delle carni e dei salumi, che per mezzo del suo direttore Davide Calderone ha dichiarato che “da noi il rialzo dei prezzi ha già cominciato a farsi avvertire con particolare vigore da settembre. Come se non bastasse, alcune aziende stanno cominciando a segnalarci anche una vera e propria carenza di materia prima.

Ricordiamo che, secondo le stime fornite da Assica per mezzo del presidente Nicola Levoni, parliamo di un settore che “conta circa 900 aziende di tipo industriale che danno occupazione a quasi 30.000 persone. Se le condizioni di mercato non miglioreranno sensibilmente nei prossimi mesi, già a partire da marzo almeno il 30% delle nostre imprese si troverà in una situazione di difficoltà economica e finanziaria.

La conversione della produzione come chiave di volta?

La questione porterà quindi moltissime aziende, italiane e non, a chiudere i battenti se i prezzi dei prodotti finiti non subiranno un aumento considerevole in breve tempo. A risentire del rincaro, ovviamente, saranno i consumatori oltre che gli stessi produttori. Mentre le associazioni di categoria chiedono accordi con il Governo per ottenere misure finanziarie elaborate ad hoc, occorre forse anche fare una riflessione sull’andamento del mercato globale.

Viviamo in un’epoca in cui i consumatori risultano sempre più attenti alla questione ambientale ed etica legata alla produzione di cibo tanto che, secondo uno studio recente, il 90% dei consumatori di prodotti vegetali non è vegetariano né vegano. Non sono poche, quindi, le aziende che investono capitali nella produzione di alternative plant-based ai prodotti di origine animale, per far fronte alle richieste di un’economia sempre più “green”.

Bisogna però tenere conto che anche quello della conversione della produzione è un vero e proprio business ormai consolidato, che vanta tra i sostenitori aziende del calibro della Giacomazzi Diary. Parliamo della più antica azienda nel settore lattiero-caseario operativa a ovest delle Rocky Mountains, che sta abbandonando l’attività dopo oltre 125 anni per riaprire i battenti basando il proprio business sulla coltivazione di mandorle. Un macro esempio su tutti, ma che trova corrispettivi anche su scala minore un po’ in tutto il mondo, con aziende più o meno grandi che scelgono di ampliare (o sostituire) la produzione aggiungendo referenze plant-based a quelle già in commercio. I grandi player del mercato sanno perfettamente che è il momento di puntare sulle proteine vegetali e, con tutta probabilità, questa potrebbe essere la strada per evitare il fallimento di molte aziende italiane che lavorano nel settore.

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