Meat sounding: il Parlamento Europeo ha votato, burger e bistecche vegetali sono salvi

Vittoria! La denominazione dei prodotti vegetali è salva: burger, salsicce e scaloppine veg continueranno a far parte del range delle diciture che troveremo sul packaging delle nostre referenze preferite. Una strada piena di ostacoli e detrattori agguerriti che però si è conclusa con la degna e piena legittimazione di questa tipologia di prodotti che stanno diventando il simbolo di una vera e propria rivoluzione vegetale all'insegna della sostenibilità.

 

Un dibattito acceso che ha trovato spazio nelle maggiori testate giornalistiche di tutta Europa: da una parte la campagna “Veggie Burger Ban“, dall’altra la campagna “Ceci n’est pas une steak“. Da un lato la necessità di tutelare una scelta alimentare in crescita e in consolidamento in Europa, dall’altro il mondo della zootecnia e l’imposizione di un ostacolo ai nuovi trend di consumo.

Il Parlamento ha votato contro l’approvazione di due emendamenti (165 e 171) che riguardano la denominazione delle alternative vegetali ai prodotti a base di carne e sulle denominazioni possibili per i sostituti vegetali delle referenze casearie.

Purtroppo il parlamento ha accolto l’emendamento 171 che impedisce ogni riferimento ai latticini per quelli vegetali.

È stato però respinto il 165: su questo fronte la decisione rappresenta la tutela dell’informazione fornita ai consumatori in etichetta, nonché la scelta di non privare i sostituti della carne del loro valore all’interno del mercato.

Vediamo nel dettaglio l’emendamento oggetto di voto.

Emendamento 165  Il divieto di utilizzo di denominazioni come “burger vegetale”

L’emendamento 165 della relazione AGRI mirava a vietare le denominazioni come “bistecca“, “salsiccia“, “scaloppina“, “burger” e “hamburger” riferiti ai prodotti vegetali. La motivazione per la quale le organizzazioni europee del settore zootecnico avrebbero voluto imporre un divieto è la potenziale confusione che queste denominazioni avrebbero potuto generare nel consumatore.

Ma i consumatori si sentono confusi? La risposta è no e sostenere il contrario, significa avere poca stima della capacità di giudizio delle persone e strumentalizzare fortemente un problema che di fatto è inesistente.

Un’indagine condotta nel 2019 da BEUC (The European Consumer Organization) sull’atteggiamento dei consumatori verso le nuove tipologie di cibo sostenibile, ha rilevato che la maggior parte degli utenti non sembra affatto essere preoccupata per la denominazione “burger” o “salsicce” vegetali purché i prodotti siano chiaramente identificabili come vegetariani o vegani.  In media, solo 1 persona su 5 (20,4%) pensa che l’uso delle denominazioni usate anche per la carne non dovrebbe mai essere consentito sui prodotti vegetali. La maggior parte degli intervistati (42,4%) ritiene che questi nomi dovrebbero essere consentiti a condizione che i prodotti siano chiaramente etichettati come vegetariani / vegani; 1 su 4 (26,2%) non vede alcun problema.

Fonte: indagine BEUC

Come sottolinea anche la strategia Farm to Fork, i consumatori europei devono passare a “una dieta più vegetale con meno carne rossa e lavorata”. Affinché questa transizione del sistema alimentare possa avvenire, è importante valorizzare il range dei prodotti proteici a base vegetale identificabili dai consumatori.

La denominazione di prodotti vegetali non dovrebbe né fuorviare i consumatori né scoraggiarne l’acquisto. L’uso di nomi culinari che prima del boom degli analoghi vegetali erano riferiti a prodotti carnei (come “bistecca”, “salsiccia”, “burger”) rende più facile per i consumatori fare scelte consapevoli volte ad una maggiore sostenibilità

Facilitare o ostacolare la transizione del sistema verso una maggiore sostenibilità?

L’imposizione di ulteriori restrizioni all’uso di tali termini avrebbe costituito un’ingiustificabile barriera nei confronti dello sviluppo e dell’espansione di un settore alimentare innovativo nell’Unione Europea volto alla sostenibilità. Il Green Deal, la strategia politica faro della Commissione Europea progettata per rendere l’UE neutra entro il 2050 in termini di emissioni, include l’obiettivo di creare un sistema alimentare più sostenibile e sano. E proprio agli inizi di ottobre, il Parlamento Europeo ha votato a favore di una nuova legge sul clima per ridurre le emissioni di gas serra  del 60% entro il 2030.

Come può quindi questa iniziativa essere compatibile con gli obiettivi di riduzione delle emissioni? Noi di VEGANOK, come membri della ONG di Safe, abbiamo sottoscritto una lettera indirizzata a tutti i 705 deputati del Parlamento Europeo per sottolineare che questo “divieto” avrebbe contraddetto gli obiettivi sul piano delle azioni climatiche e tradito anche le attitudini di consumo dei cittadini europei.

Evidenze scientifiche e mercato

Le evidenze scientifiche ci sono: l’allevamento è un importante contributo al cambiamento climatico, al degrado ambientale, alla perdita di biodiversità, all’aumento di rischi sanitari. Nella strategia Farm to Fork, la Commissione riconosce esplicitamente la necessità di passare a diete più vegetali riducendo al minimo il consumo di carni rosse e lavorate per ridurre il rischio di malattie mortali e diminuire l’impronta ambientale del sistema alimentare. Inoltre, la relazione della Commissione sulle proteine ​​vegetali lascia emergere che il mercato delle alternative vegetali alle proteine animali è particolarmente promettente, con tassi di crescita annui su territorio europeo del 14% per le alternative alla carne e dell’11% per le alternative casearie.

Limitare la terminologia legata a queste categorie di prodotto avrebbe messp ingiustamente in svantaggio i produttori di alimenti vegetali, a vantaggio dei produttori di carne (che avrebbero ottenuto l’uso esclusivo di termini come “hamburger” o “salsiccia”). Questo avrebbe portato un danno significativo alle aziende esistenti che hanno costruito marchi, linee di prodotti e proprietà intellettuali basati su denominazioni che hanno rischiato di essere limitati.

In ultima analisi questo provvedimento avrebbe esposto l’UE ad una ridicolizzazione come primo esempio di regolamentazione superflua e sproporzionata del mercato interno su ampia scala.

L’esito del voto e la campagna “Stop the veggie burger ban”

Certamente l’esito del voto è dipeso anche dal lavoro delle associazioni che, fin dall’inizio, si sono schierate contro quella che avrebbe rappresentato una vera e propria follia legislativa. Sicuramente è anche grazie all’iniziativa “Stop the veggie burger ban”, creata dalla European Alliance for Plant-based Foods (EAPF), che l’Europa ha potuto evitare questa regolamentazione per le alternative vegetali. Tra le associazioni che hanno aderito alla campagna c’è anche Essere Animali, mentre tra le aziende non solo Beyond Meat, Ikea e Oatly, ma anche l’italiana Food Evolution, che propone tre tipologie di prodotti alternativi alla carne conformi allo standard VEGETALOK.

Abbiamo chiesto una dichiarazione rispetto all’esito del voto a chi si occupa di diffondere la consapevolezza sulla scelta vegan quotidianamente.

Laura Serpilli, direttrice di Osservatorio VEGANOK, ha dichiarato:

La questione non è solo terminologica ma sostanziale. Voler privare questi prodotti della loro attuale denominazione, significa privarli del loro valore all’interno del mercato. A mio parere l’obiettivo di chi ha proposto questa norma è il seguente: se un burger (vegetale) non può più essere chiamato burger, si vuole influenzare la percezione del consumatore portandolo a non considerare più quello vegetale, come un’alternativa a quello a base di carne. Il concetto alla base è che nomi diversi identificano prodotti diversi in diversi segmenti di mercato. Si è trattato chiaramente di un tentativo di frenare la crescita del plant-based. Siamo molto felici del risultato: la rivoluzione vegetale in atto è la nostra miglior chance per ristabilire un equilibrio anche in termini di impatto ambientale.

Commenta così la notizia Sauro Martellafondatore del Network VEGANOK:

Siamo veramente soddisfatti del risultato del voto. Privare i prodotti vegetali del proprio nome sarebbe stato un inganno nei confronti del consumatore, che ha diritto di riconoscere le alternative plant-based in etichetta per quello che sono, veri e propri sostituti dei prodotti animali. Un risultato diverso da questo avrebbe rappresentato una sconfitta per l’Europa, che avrebbe così privato del loro valore gli alimenti del futuro, quelli che stanno cambiando il mercato e che sono l’unica alternativa possibile per ottenere un sistema alimentare sostenibile.

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