Microplastiche nell’Artico: i risultati della spedizione Polarquest

La questione delle microplastiche è sempre più grave. Stefano Aliani, responsabile Cnr-Ismar di La Spezia: "Un dato è certo: neppure l’Artico, ormai, è esente da questo problema."

La Barca a vela Nanuq nella missione Polarquest2018

Numero di miglia percorse: 1500 in 18 giorni di navigazione: così si è, conclusa la spedizione Polarquest2018, l’ampio progetto di cui il Cnr (Consiglio Nazionale delle Ricerche) è partner scientifico.

La barca a vela Nanuq è stata il quartier generale di un equipaggio internazionale di scienziati e comunicatori e ha completato con successo lo scorso 22 agosto, la circumnavigazione dell’arcipelago delle Svalbard, raggiungendo le acque al largo di Longyearbyen (Isfjord), dove la tappa aveva preso inizio lo scorso 4 agosto.

Tra gli scopi scientifici della spedizione, c’era anche quello di raccogliere campioni di acque alle latitudini più estreme, con l’obiettivo di verificare la presenza di microplastiche e microfibre: ad effettuare le analisi sui campioni saranno i laboratori di Lerici (La Spezia,) dell’Istituto di scienze marine (Ismar) del Cnr. È stato effettuato un totale di 30 campionamenti di microplastiche, di cui uno alla latitudine record di 82°07’ N.

La parte più significativa del campionamento è avvenuta tra la Groenlandia e Jan Mayen, dove si incontrano due correnti oceaniche che creano un accumulo di microplastiche, chiamate anche isole di plastica.

Il responsabile Cnr-Ismar di La Spezia Stefano Aliani afferma:

“Diversi modelli indicano che nella zona artica potrebbe accumularsi una quantità notevole di detrito marino: ovviamente la sorgente non è locale, ma proviene da lontano, potrebbe trattarsi di materiale originato nell’oceano Atlantico, così come di residui trasportati dai fiumi siberiani o addirittura dallo Stretto di Bering. Un dato è certo: neppure l’Artico, ormai, è esente da questo problema. I campioni raccolti nel corso di questa spedizione sono quelli più a Nord mai prelevati, e poiché a bordo è stata usata una nuova tecnica di campionamento, sarà possibile valutare, per la prima volta, la presenza di microfibre oltre che di microplastiche a latitudini così elevate. Nei nostri laboratori di Lerici analizzeremo e caratterizzeremo le plastiche raccolte usando tecniche di micro spettroscopia a raggi infrarossi: questo permetterà di individuare le proprietà chimiche delle particelle fino a circa 20 micron di dimensione, ai confini con il mondo delle nanoparticelle. Inoltre, in collaborazione con colleghi dell’Istituto per l’ambiente marino-costiero (Cnr-Iamc) studieremo il biofilm proprio della superficie delle microplastiche: si tratta di un insieme organismi e batteri che costituiscono un sottile film di organismi viventi trasportati sulla plastica. La composizione specifica di questo strato vivente è ignota e costituisce un nuovo microecosistema identificato solo recentemente: la plastisfera”.

La diciannovenne Safiria Buono che ha supportato le operazioni di campionamento a bordo, aggiunge:

“Abbiamo effettuato un totale di 30 campionamenti di microplastiche, di cui uno alla latitudine record di 82°07 N, proprio ai limiti della banchisa. Una delle conclusioni che abbiamo potuto trarre anche da una semplice analisi visiva è che anche a latitudini estreme la quantità di plastica che infesta le spiagge più isolate e lontane del nostro pianeta è sbalorditiva: abbiamo persino pescato un pezzo di macroplastica a 82 gradi di latitudine nord!”

Frédéric Gillet, uno degli scienziati di supporto al campionamento, ha inoltre installato un sensore per PCB (bifenili policlorinati) 20 km a sud di Ny Ålesund per misurarne la presenza in aree distanti dalle regioni urbanizzate e capire i meccanismo di trasferimento e accumulo di questi potentissimi inquinanti industriali, al bando dagli anni ’70 in molti paesi. Il sensore sarà recuperato nel 2020 per l’analisi dati dall’Università di Savoia, in Francia.

A bordo del Nanuq anche un rivelatore di raggi cosmici assemblato al Cern: i suoi dati permetteranno di studiare l’influenza dei raggi cosmici nei processi di formazione delle nubi, e di migliorare la comprensione dei cambiamenti climatici mettendo in correlazione le Supernovae con le fasi climatiche su un periodo di oltre 500 milioni di anni.

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