Nomi prodotti vegan

Il Senato approva un duro divieto per le etichette dei prodotti vegan

In Italia si discute ancora di meat sounding e dei nomi dei prodotti vegan: la Lega ha lanciato un disegno di legge per ostacolare ancora la transizione in chiave vegetale.

Torniamo a parlare di meat sounding in riferimento ai nomi dei prodotti vegetali: con un emendamento già approvato dalla 9° Commissione del Senato, la Lega propone il divieto di utilizzo dei nomi che fanno riferimento alla carne e ai suoi derivati sulle etichette dei prodotti plant-based, all’interno del più ampio disegno di legge che vieta la produzione e la commercializzazione in Italia di alimenti e mangimi sintetici (carne coltivata compresa).

Non una novità, visto che di meat sounding e possibili divieti per i produttori di alimenti vegetali si parla già da diversi anni, ma questa volta la proposta di legge – firmata in prima battuta da Gian Marco Centinaio e Giorgio Maria Bergesio – prospetta anche pesanti sanzioni per i trasgressori.  Il testo è ancora lontano dall’aver concluso il proprio iter alla Camera, ma c’è chi lo considera già cosa fatta: una presunta tutela per i consumatori contro le “etichette ingannevoli”, ma anche una difesa del “valore culturale, socio-economico e ambientale dei nostri prodotti zootecnici e delle imprese produttrici“, almeno secondo quanto dichiarato da Centinaio e Bergesio. Ma quanto c’è di vero in tutto questo?

Meat sounding: ecco perché non “inganna” proprio nessuno

Partiamo col dire che il nuovo disegno di legge è presentato come una tutela contro denominazioni quali “bistecca di soia” o “di tofu”, “hamburger veg” o “mortadella vegana”, e già qui incontriamo la prima insensatezza: la legge tutela già ampiamente i prodotti di origine animale, e l’uso di denominazioni che richiamano le carni è disciplinato con precisione. Non esiste un vuoto legislativo sulla questione, e nel caso specifico – per termini generici come bistecca, burger, wurstel, cotoletta, polpette e fettine – operano già le disposizioni dettate dal regolamento 1169/2011.

Tale regolamento prevede che, nel caso di alimenti in cui un componente o un ingrediente che i consumatori presumono sia normalmente utilizzato o naturalmente presente, sia stato sostituito con un diverso componente o ingrediente, l’etichettatura rechi – oltre all’elenco degli ingredienti — una chiara indicazione del componente o dell’ingrediente utilizzato per la sostituzione parziale o completa.

Nomi prodotti vegan

Risulta pressoché impossibile confondere un affettato vegan con uno di origine animale, quindi, se il primo riporta in etichetta la specifica dell’ingrediente vegetale utilizzato: non crediamo che un consumatore possa acquistare erroneamente un “affettato di lupini” scambiandolo per prosciutto, no? Anche semplicemente l’uso dei termini “vegan”, “vegetale” o “plant-based” in etichetta, rende chiara la reale natura del prodotto. Pensare che qualcuno possa confondersi e mettere nel carrello un prodotto vegetale al posto di uno di origine animale, è poco meno di un insulto all’intelligenza dei consumatori.

Italia: tutela del Made in Italy a discapito di animali e ambiente

C’è poi un’altra questione sul piatto, che riguarda l’atteggiamento tutto italiano di nazionalismo, tutela del territorio e dei suoi prodotti, di cui il Governo sta facendo il proprio baluardo, ma che è quanto di peggio si possa pensare di perseguire, specialmente in questo periodo storico.

Mentre il mondo è alla ricerca di soluzioni, concrete e tangibili, per mitigare la crisi climatica, l’Italia va controcorrente e si impunta sulla tutela delle “eccellenze Made in Italy” – tra le quali, lo ricordiamo, figura anche il Prosciutto di Parma – ignorando completamente il ruolo non trascurabile che allevamenti intensivi giocano nella distruzione del Pianeta. Senza contare la questione etica, che non sembra interessare nessuno al Governo, ma che nel 2023 dovrebbe essere invece un punto focale sul quale concentrarsi per cambiare direzione e trovare soluzioni che rendano il sistema alimentare al contempo più etico, ma anche sostenibile.

 

Ne è un esempio lampante il fatto che il nostro Paese sia stato il primo a vietare la carne coltivata, un’innovazione salutata in altri Paesi come potenzialmente rivoluzionaria in termini etici e ambientali, ma l’Italia ha rispedito al mittente, con giustificazioni che variano dalla “tutela della salute dei consumatori” (anche se la carne made-in-lab è considerata sicura) alla “tutela dei lavoratori e delle imprese italiani“, come se l’industria zootecnica non godesse già di fin troppe tutele.

Evidentemente, la strategia politica che chiama tutta l’Europa a impegnarsi per trovare soluzioni atte a ridurre le emissioni, fino alla totale neutralità entro il 2050 – e che prevede un’azione forte e concreta anche sul sistema alimentare – per l’Italia è una facezia, un capriccio di poco conto che riguarda gli altri, ma da cui il Bel Paese può tranquillamente esimersi. E l’accanimento – perché di questo si tratta – dimostrato contro i prodotti vegetali ne è l’esempio più lampante: ostacolare la transizione verso il vegetale con proposte di legge insensate e anacronistiche è la misura della poca importanza che l’Italia continua a dare a uno dei problemi più importanti del nostro tempo.

Leggi anche: In Germania il consumo di carne è ai minimi storici

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