Scuola vegan accusa

Scuola sotto accusa: “Predica il veganismo”, ma la lezione è sul climate change

Nel Regno Unito arriva l'accusa a una scuola per aver "predicato il veganismo", spiegando agli studenti la connessione tra agricoltura animale e crisi climatica; è stato uno studente 12enne, figlio di un allevatore, a dare avvio alla vicenda.

Arriva da Norfolk, in Inghilterra, una notizia decisamente particolare, che riguarda una scuola accusata di “predicare il veganismo”: è la Wymondham High School, che in questi giorni sta fronteggiando una sequela di accuse da parte di una famiglia, preoccupata per il tenore delle informazioni fornite ai ragazzi durante una lezione di scienze, sul cambiamento climatico e sulla sua connessione con l’agricoltura animale.

È stato uno studente di 12 anni, Jacob Lascelles, a portare fuori dalle aule scolastiche le prime lamentele nei confronti di un insegnante di scienze: figlio di un piccolo allevatore locale, ha ritenuto non veritiere le affermazioni dell’insegnante, specialmente quelle riguardo all’opportunità di scegliere un’alimentazione vegan per prevenire il climate change. “Quando ho messo in discussione questa cosa – ha spiegato il ragazzino – mi è stato detto di stare zitto, che mi sbagliavo e sono stato minacciato di essere mandato fuori dalla classe se avessi continuato. Stavo solo cercando di argomentare il mio punto di vista e di esprimere le mie opinioni“.

La madre del ragazzino, secondo i media locali, si è detta “furiosa” e ha presentato una denuncia alla scuola: “Non credo che le scuole dovrebbero predicare il veganismo agli alunni, perché è una scelta personale a cui dovrebbero arrivare da soli, se vogliono. – ha detto – Viviamo in una contea rurale dove l’agricoltura è una delle più grandi industrie e forniamo alcune delle migliori carni della zona. I bambini dovrebbero saperlo e sarei lieta di accogliere le classi nella nostra fattoria e condividere con loro ciò che facciamo“.

“Predicare il veganismo” o mostrare la strada giusta?

La vicenda ha fatto molto discutere, tanto che altri famigliari hanno deciso di intervenire sulla questione. La nonna di un alunno, per esempio, ha detto che la Wymondham High School “è uno strano tipo di scuola. Ogni volta che si mettono in testa un’idea, martellano e fanno il lavaggio del cervello agli studenti“. Anche Chris McGovern (Campaign for Real Education) si è espresso contro la scelta dell’istituto: “Il veganismo è uno stile di vita facoltativo e minoritario. Non dovrebbe essere imposto ai bambino come se fosse un credo religioso obbligatorio e non negoziabile”.

L’accaduto ha portato alla formalizzazione delle scuse da parte dell’insegnante, che secondo quanto riferito avrebbe chiesto scusa “per il turbamento causato”. Eppure, la questione è ben lungi dall’essere risolta e solleva delle domande importanti: fino a che punto è giusto “proteggere” i più piccoli dalla verità, edulcorando la realtà degli allevamenti intensivi e il loro impatto sull’ambiente?

La scienza è chiara sull’impatto che il consumo di alimenti di origine animale ha sul Pianeta, così come sull’urgenza di un cambiamento che deve essere totalizzante, se vogliamo cercare di limitare i danni. Posto che è vero che quella vegan è una scelta personale – almeno se la si intende puramente come una decisione che riguarda cosa mangiare o meno – è altrettanto vero che non la si può imporre, ma non dovrebbe nemmeno essere nascosta. Quello vegan è uno stile di vita totalizzante e non un credo religioso, certo, mette in discussione lo status quo sulle nostre abitudini alimentari (e non) e per questo può essere destabilizzante.

Eppure, dal nostro punto di vista, è giusto che fin da piccoli tutti sappiano che un’alternativa etica e sostenibile al nostro modo di mangiare, vestirci e vivere il mondo esiste, ed è alla portata di tutti. Senza imposizioni e senza giudizi, è doveroso – soprattutto nei confronti delle nuove generazioni – mostrare la strada giusta, per sollevare miliardi di animali da indicibili sofferenze e per permettere al nostro Pianeta di non soccombere. Sminuirla, giudicarla e nasconderla, nel 2023 e di fronte alla crisi climatica che stiamo vivendo, non è più un’opzione disponibile, per quanto “turbamento” o inquietudine possa creare.

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