Specismo fiabe

Lo specismo nelle fiabe: come ribaltare la prospettiva ci mette di fronte ai nostri bias

Da Cappuccetto Rosso al Piccolo Principe, fino ai cartoni animati Disney, il rapporto essere umano - regno animale non di rado è al centro delle narrazioni per bambini: ma se spesso le altre specie sono rappresentate come nemici e aiutanti, spesso le storie possono svelarci come la nostra visione specista del mondo sia molte volte crudele, ipocrita e moralmente inaccettabile.

Dall’Antica Grecia fino ad oggi, nelle storie per bambini, gli animali sono sempre stati tra i protagonisti più apprezzati per insegnare valori e morali importanti per la formazione dei più piccoli.

Se in Esopo tutti i protagonisti delle storie sono animali con caratteri, emozioni e problematiche umane – diventando a tutti gli effetti “alter ego” moralizzanti della nostra specie – nel tempo le narrazioni per bambini hanno utilizzato il personaggio animale in modi sempre più variegati, arrivando fino ai film Disney come Bambi e Dumbo dove i protagonisti sono sì vagamente antropomorfizzati, ma anche portatori di un punto di vista “animale” o quantomeno alternativo sulla storia. Ed è proprio questo shift di prospettiva che, anche se non ce ne accorgiamo, fa scattare un cortocircuito che ci mette di fronte ai nostri bias.

Il lupo cattivo ucciso dall’uomo e il povero cerbiatto orfano 

Tra le fiabe più note al mondo, impossibile non citare Cappuccetto Rosso: nella versione canonica, la giovane protagonista si deve ben guardare da un famigerato lupo cattivo, che prima divora la nonna e poi lei. Una storia senza lieto fine, in cui l’animale è il male, l’istintualità più pericolosa e selvaggia, se non fosse per il cacciatore che apre la pancia al lupo e libera l’anziana e la bambina. Sentiamo raccontare questa storia da quando siamo bambini e nessuno, anche i più piccoli, si è mai sognato di mettere in discussione o mal tollerare il messaggio nascosto in questa fiaba: l’essere umano minacciato dalle bestie feroci è autorizzato a ucciderle per proteggersi, anche se la bambina in pericolo (Cappuccetto) non ascolta i consigli della mamma di evitare l’habitat naturale della specie pericolosa e che altro non fa che seguire il proprio istinto.

Una prospettiva diversa sulla faccenda la offre Bambi: da salvatore, il cacciatore diventa assassino, una minaccia da cui scappare, la crudeltà dell’uomo di cui ci vergogniamo. Chi, guardando il noto cartone animato Disney, non ha pianto o si è commosso di fronte all’uccisione della madre del piccolo cerbiatto? Chi, guardandolo, non ha sentito la profonda ingiustizia legata all’uccisione di quell’animale che sta lasciando il suo cucciolo, indifeso, senza protezione nel bel mezzo di un bosco? Chi non condannerebbe quell’azione così poco umana e civile?

Bambi specismo

Il fatto che una dinamica molto simile – in cui si evidenza il rapporto di potere spesso violento che l’essere umano ha stabilito sul regno animale – ottenga reazioni e stimoli conclusioni opposte in due fiabe si deve al cambio di prospettiva che abbiamo sulla vicenda: basta vedere le cose dagli occhi degli animali per capire che ci stiamo arrogando di diritti che non abbiamo, dimostrando anche il profondo specismo che permea nella nostra società. Ci sono animali per cui si deve provare pena, altri per cui vale la pena prendere in mano un fucile e aprire il fuoco. Non dovremmo, forse, opporci a qualsiasi tipo di violenza sugli animali?

Specismo nelle fiabe: la volpe che vuole farsi addomesticare e l’elefante triste

È bene citare un altro tema cardine, quello dell’addomesticamento e della cattività animale: un argomento spinoso, che viene trattato in modo diametralmente opposto da Antoine Saint-Exupéry ne “Il Piccolo Principe” e dalla Disney in Dumbo, altro lungometraggio con protagonista animale. 

Fiabe specismo

Ne Il Piccolo Principe, la visione dell’autodeterminazione animale da parte dell’autore è abbastanza inquietante, oltre che lontana dal vero: la volpe, uno dei protagonisti della storia, chiede addirittura al protagonista di essere addomesticata dall’uomo, come se l’azione stessa di affrancare un animale selvatico dalla propria condizione ferale possa elevarne qualità e valori. Chiaro, siamo nel regno della fantasia: ma questa dinamica è esemplare del fatto che l’essere umano spesso veda nel proprio dominio sulle altre specie una sorta di azione salvifica e assolutiva. Basta cambiare prospettiva e assumere di nuovo quella di un animale per renderci immediatamente conto, guardando Dumbo, come la cattività e la prigionia animale di una specie selvatica sia aberrante, doloroso e tremendo per gli animali stessi. 

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La vera domanda è: perché non anche nella vita vera?

Potremmo fare moltissimi altri esempi, ma il punto è uno solo: il grande problema sta proprio nel fatto che ci rendiamo conto di questi bias e queste dinamiche distorte, eppure appena terminato il cartone animato e chiuso il libro di fiabe scegliamo di non accorgerci che ciò che Bambi e Dumbo condannano è realtà, non è finzione. 

Insegniamo ai nostri figli che quello che vedono è condannabile, eppure continuiamo a non opporci alla caccia, continuiamo a consumare prodotti di origine animale indisturbati pensando che dinamiche come quelle raccontate in Bambi (dove l’uomo priva il cucciolo del proprio genitore) non siano all’ordine del giorno anche in allevamento. 

Condannare lo specismo di fondo per cui piangiamo per Bambi ma non per vitellini, maialini o polli che muoiono per mano nostra o cinghiali, cervi e varie specie di uccelli uccisi per la caccia è oggi essenziale, per poter inquadrare la realtà nella giusta prospettiva e usare le storie per bambini proprio per invocare, nelle nuove generazioni, un cambio di prospettiva necessario, più empatico, etico e sostenibile. 

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