Tassa sullo zucchero: una manovra efficace per migliorare la salute pubblica?

La tassa sulle bibite zuccherate ha avuto successo nel Regno Unito, dove molti produttori hanno diminuito considerevolmente il quantitativo di zuccheri nelle proprie bevande. In Italia verrà introdotta dal prossimo ottobre, ma quanto risulterà efficace per tutelare la salute pubblica?

Dal 6 aprile 2018 è in vigore nel Regno Unito la cosiddetta tassa sullo zucchero (SDIL), con l’obiettivo di incoraggiare i produttori a cambiare le ricette delle bevande analcoliche zuccherate e a ridurne così il contenuto di zucchero – diventando esenti dalla tassazione. L’intento, come suggerito dall’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) è quello di ridurre l’obesità (specialmente infantile) e le condizioni patologiche a essa correlate quali diabete e malattie cardiache.

E così è stato: secondo uno studio condotto dai ricercatori di diverse università del Regno Unito e finanziato dal National Institute for Health Research (NIHR), la manovra si è rivelata più efficace nell’indurre le aziende a modificare le formulazione delle bevande rispetto a iniziative volontarie del settore. Il tutto senza avere ripercussioni negative sull’economia di questo mercato.

Tassa sullo zucchero: una manovra efficace?

La tassa sullo zucchero si applica nel Regno Unito alle bevande che contengono più di 5 g di zucchero per 100 ml. Non sono invece coinvolte bevande a base di latte vaccino, sostituti del latte, sostituti dell’alcool (venduti o pubblicizzati come sostituti diretti dell’alcool) e alcune bevande utilizzate a scopi medicinali. Si tratta di una politica dall’effetto duplice, in quanto non solo ha portato i produttori a ridurre il livello di zucchero di molte bevande in commercio (spesso ancora prima della sua effettiva applicazione) per risultare esenti dalla tassazione, ma ha portato anche all’aumento dei prezzi delle bevande zuccherate, inducendo automaticamente i consumatori a fare scelte alimentari più sane.

Secondo i dati raccolti, infatti, prima dell’introduzione della tassa, i produttori di bevande analcoliche del Regno Unito avevano già diminuito lo zucchero dai loro prodotti del 15,6%. Già nel 2017, l’anno prima dell’introduzione della tassa nel Regno Unito, risulta che le bevande analcoliche a basso e bassissimo contenuto calorico rappresentassero il 53% di tutte le bevande vendute nel Regno Unito, a dimostrazione del fatto che l’industria di questi prodotti aveva avviato la riduzione dello zucchero molto prima dell’introduzione della tassa.

Certo, non sono mancate le polemiche: molti produttori hanno messo in dubbio che l’OMS abbia prove sufficienti a sostegno della tesi secondo cui le tasse sullo zucchero sarebbero un modo efficace per migliorare la salute pubblica. Invece, affermano alcuni, le tasse portano danni economici alle aziende, dal momento che i consumatori si rivolgono a marchi più economici spesso con un contenuto calorico simile o addirittura superiore, minando così anche qualsiasi risultato positivo di questa politica sulla salute pubblica. In ogni caso, gli esperti ritengono che siano necessarie ulteriori ricerche per chiarire non solo in che modo questi cambiamenti influenzino gli acquisti e il consumo di bevande analcoliche, ma anche i potenziali impatti sulla salute, sulle imprese e sull’economia.

E in Italia?

Anche il nostro paese, così come altri, vedrà a breve l’introduzione di una “tassa sullo zucchero” volta a disincentivare l’adozione di regimi alimentari dannosi per la salute e a ridurre l’impatto crescente di patologie quali l’obesità o il diabete. In Italia questa tassa entrerà in vigore il prossimo ottobre, come previsto dalla Legge di Bilancio 2020, e si tratterà di un’imposta da 10 centesimi al litro per un contenuto di zucchero superiore ai 25 grammi.

Saranno quindi coinvolte quasi tutte le bevande dolci, visto che questa soglia viene superata dalla stragrande maggioranza delle bibite vendute nel nostro paese, ma c’è un “ma”: la tassazione prevista in Italia è considerata troppo bassa per indurre a un cambiamento degno di nota in grado di incidere sulle abitudini dei consumatori, così come sulle scelte del produttore di abbassare le dosi di zucchero.

La conseguenza è che la misura italiana porterà sì a riempire le casse statali (la stima è di 233 milioni di euro in un anno) e probabilmente contribuirà a diminuire un po’ i consumi, ma per il calo di zuccheri a lattina – che risulta la pratica più efficace per tutelare la salute pubblica – la sugar tax com’è stata concepita nel nostro paese serve a poco.

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