UK: Tesco elimina 350 tonnellate di plastica dall’ambiente ogni anno; l’Italia, invece, resta indietro

Il colosso inglese della grande distribuzione si impegna a eliminare la plastica dagli alimenti a proprio marchio, eliminando 350 tonnellate di plastica dall'ambiente ogni anno. Una mossa doverosa per la sostenibilità ambientale, ma qual è, invece, la situazione nel nostro paese?

Tesco, colosso della GDO britannica, fa un passo ulteriore verso il cambiamento: dopo aver lanciato uno spot per promuovere delle salsicce vegetali che ha suscitato non poche polemiche da parte di allevatori e detrattori della scelta vegan, ora è la volta di un’azione concreta verso il plastic free. La catena di supermercati, infatti, si è impegnata a rimuovere 350 tonnellate di plastica dall’ambiente ogni anno, eliminando dai propri scaffali gli involucri di plastica per i prodotti multipack del proprio marchio. L’iniziativa partirà da marzo 2020 e si applicherà ad alimenti in scatola, tra cui specialmente zuppe, legumi e mais.

Il risultato, secondo la catena di supermercati, sarà la rimozione di 67 milioni di pezzi di plastica dai negozi Tesco. “Stiamo cercando di eliminare tutta la plastica superflua e non riciclabile dai nostri punti vendita“, ha dichiarato Dave Lewis, amministratore delegato di Tesco in una nota. “La rimozione dei multipack avvolti nella plastica da ogni nostro negozio del Regno Unito eliminerà ogni anno 350 tonnellate di plastica dall’ambiente, ma anche i clienti trarranno vantaggio da questa iniziativa, con prezzi più bassi per gli stessi prodotti“.

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© foto: BBC

Inquinamento da plastica: quali le conseguenze?

L’inquinamento da plastica è uno dei problemi ambientali più grandi del nostro tempo, che ha enormi ripercussioni anche sulla nostra salute: secondo una ricerca dell’Università di Newcastle, ogni essere umano ingerisce in media 1.769 particelle di microplastica a settimana, che corrispondono a circa 5 grammi di plastica. La plastica è ovunque, perfino nel sale marino, ma è l’acqua – corrente e in bottiglia – una delle fonti principali di plastica per il nostro organismo. Non è sicuro se le microplastiche che vengono ingerite dall’uomo possano essere trasportate nei tessuti.

Sappiamo però che le particelle più piccole, conosciute come nanoplastichepossono permeare le membrane cellulari, così come i tessuti intestinali. Una volta all’interno dei tessuti, è teoricamente possibile che le microplastiche interagiscano con i tessuti biologici in modo tossico, ma questo non è ancora stato testato. A questo, naturalmente, si aggiunge l’impatto sugli organismi marini: morte degli animali per soffocamento, effetti chimici dovuti al trasporto di prodotti chimici tossici e impatto sugli ecosistemi sono solo alcuni dei danni provocati dalla dispersione di plastica nell’ambiente.

Plastica al supermercato: la situazione in Italia

Un quadro a dir poco allarmante, che ha portato l’Europa a bandire l’impiego della plastica monouso entro il 2021: stop a cotton fioc, posate, piatti, cannucce, aste per palloncini, tazze, contenitori per alimenti in polistirene espanso e tutto ciò che viene prodotto in plastica oxodegradabile. Un’iniziativa certamente lodevole, che però non risolve l’enorme problema legato agli imballaggi. Secondo i dati forniti da PlasticsEurope  – Associazione Europea che rappresenta i produttori di plastica operanti nell’Unione – la plastica monouso è sempre più presente nei supermercati italiani: in particolare, gli imballaggi in plastica fanno capolino tra la frutta e la verdura, rincarandone il prezzo del 43%. Ma non basta: secondo i dati, il 39,7% della domanda di plastica totale è destinata agli imballaggi, specialmente quelli che troviamo nel reparto ortofrutta dei supermercati.

Perché gli italiani, nonostante l’esigenza di maggiore sostenibilità, continuano a preferire gli imballaggi in plastica? Innanzi tutto le confezioni già pronte permettono di risparmiare tempo evitando di scegliere i prodotti, inoltre molto spesso gli alimenti preconfezionati vengono considerati (erroneamente) più sicuri e più igienici rispetto a quelli imbustati autonomamente. Nessuno, infatti, può toccare la frutta e la verdura già imballate, e questo è percepito dai consumatori come una maggiore tutela per la propria salute. Bisogna considerare anche che determinate tipologie di prodotti non si trovano mai sfusi, in nessun supermercato: pensiamo, per esempio, ai frutti di bosco, che risultano troppo delicati e troppo facilmente deperibili per poter essere trasportati senza un imballaggio protettivo in plastica.

L’unica soluzione possibile sembra il passaggio al packaging sostenibile, uno dei grandi trend di questi anni. Le innovazioni da parte di aziende lungimiranti non mancano, e tra bio-plastica a base di agar agar, avocado o ricavata da abeti scandinavi, l’alternativa parrebbe a portata di mano. Ancora meglio, però, sarebbe il passaggio a negozi che vendono prodotti alla spina, completamente senza imballaggi, da acquistare all’interno di contenitori riutilizzabili portati da casa o acquistati direttamente nel punto vendita. Un modello di acquisto sempre più popolare, in Italia e all’estero, tra le forme di compravendita più sostenibili in assoluto.

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